LA VERITA' SULLE ARTI MARZIALI E GLI SPORT DA COMBATTIMENTO  

Da sempre l'uomo ha manifestato il desiderio di superarsi in forza e saggezza, aspirando a raggiungere la massima forza e la massima saggezza.

La caratteristica fondamentale del branco è la necessità di avere un capo. 

Il branco "è' un gregge che non può fare a meno di un padrone - sosteneva l'antropologo Gustave Le Bon -.

Rari però sono i capi dotati di forti convinzioni, la maggior parte mira all'interesse personale e cerca il consenso lusingando i bassi istinti". Dal canto loro, ogni componente del branco cerca di venir legittimato per sentirsi parte di qualcosa di più grande, un'identità che da solo non sa riconoscersi o che non gli viene riconosciuta dall'esterno.

Fino a qualche anno fa, si pensava che una volta inserito in un ruolo, in una determinata situazione, in un dato gruppo di appartenenza, un individuo tendesse a seguire passivamente gli ordini impartiti o le regole del gruppo, perdendo ogni consapevolezza di sé.

Più recentemente i ricercatori sono arrivati alla conclusione che chi ubbidisce a un ordine odioso non è una marionetta inconsapevole, bensì un esecutore attivo e partecipe di un gesto che, in quel momento, considera perfettamente appropriato.

"Le brave persone che prendono parte a azioni orribili" - spiega Alex Haslam, non lo fanno perché sono diventate d'un tratto passive e prive di raziocinio, perché sono giunte a credere, solitamente influenzate in questo da chi detiene il potere, che quell'atto è giusto".

Esiste insomma un fattore "entusiasmo" di cui tenere conto "La tirannia non si fonda sull'ignoranza e sulla debolezza dei suoi sostenitori, ma sulla loro convinzione di agire per una grande causa".

TRE RAGIONI CHE SPINGONO UN ADOLESCENTE A FAR PARTE DI UN BRANCO

I ragazzi sono spinti in gruppo da un forte desiderio di anticonformismo, sulla base del quale tendono ad andare contro tutto ciò che impone delle regole da seguire. L'opposto di ciò che hanno il coraggio di fare individualmente. La criticità è spesso insita in un'educazione carente, povera di regole da rispettare, o addirittura in una totale assenza di orientamento socio-educativo da parte dei genitori.

Nello specifico nel gruppo gli adolescenti cercano:

  1. acquisire un'identità: in questa fase il ragazzo inizia a sviluppare la personalità, se non ha esempi o guide credibili, decide di seguire il capo branco, che è visto dal gruppo dei pari come uno che è "rispettato"
  2. appartenere ad un gruppo che spaventa e che "conta": incutere timore significa essere rispettati, sono le leggi della strada; non avendo ancora acquisito quella sicurezza interiore che permette di sviluppare la fiducia in se stessi, questi giovani si sentono protetti dal branco
  3. avere potere: esercitare una sorta di dominio nel gruppo dei pari, dà loro una sorta di onnipotenza e invincibilità fittizia, che nell'immediato però, li fa sentire appagati

Fin da piccoli veniamo educati a soffocare la nostra stessa rabbia non esprimendola.

La rabbia sembra essere una prerogativa dell'uomo primitivo.

La rabbia è un'emozione scomoda, difficile da gestire, ma fondamentale per lo sviluppo emotivo e sociale dei più piccoli, che sono i primi a spaventarsi per quel malessere che li assale: una sorta di mostro che li invade.

Il discorso sull'autodifesa è difficile da affrontare, una delle difficoltà su cui riflettere e dibattere è l'atteggiamento di ogni individuo nei confronti della violenza e dell'aggressività.

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La rabbia produce un aumento della pressione sanguigna, l'innalzamento dei neurotrasmettitori legati allo stress e l'abbassamento di quelli legati al piacere. Quando un bambino è molto arrabbiato si sfoga fisicamente.

Per capire la violenza, occorre capire il concetto di attaccamento. Per attaccamento si intende il modo in cui creiamo legami con il mondo, specialmente con le figure affettive. Da bambini, di fronte a qualunque tipo di minaccia, attiviamo il nostro sistema di attaccamento. Quando proviamo paura, cerchiamo sicurezza nella figura di riferimento.

Se, però, a seguito di uno stimolo interpretato come minaccioso, non siamo confortati, il corpo resta "attivo" per un periodo più lungo ed è probabile che tale energia finisca per trasformarsi in aggressività. Questo tipo di violenza ha la funzione di attirare l'attenzione e l'aiuto della figura adulta.

Le emozioni sono in grado di influenzare ogni nostra scelta, azione; un corpo che conosce le tecniche della difesa personale, un corpo preparato, che potrebbe non funzionare, se non sapremo gestire le nostre emozioni, come la rabbia, l'ansia e la paura.

         L' ANSIA

L'ansia è un "campanello di allarme", una reazione psichica che si mobilita quando l'individuo interpreta una situazione come pericolosa. L'ansia in questi termini è funzionale e utile, mobilitando tutte le nostre energie per prepararsi a far fronte al pericolo. Questa è un'ansia sana, che ci permette di essere performanti, attenti, reattivi, un'ansia che ci avverte e contestualmente si trasforma in coraggio. Pensiamo per un attimo all'ansia e alla paura che manifestiamo durante una discussione accesa che malauguratamente si trasforma in colluttazione fisica.

Gli sport da combattimento necessitano di un notevole coraggio, capace di dominare non soltanto la paura ma anche le spontanee reazioni auto-conservative.

La reazione al pericolo ha fondamenti filogenetici: l'autoconservazione è un dato primitivo.

Del resto un intensa paura di morire è un elemento fondamentale della nostra vita emotiva, per cui nessuno è libero dalla paura del pericolo della morte.

Il luogo comune non riesce a comprendere la relazione che l' "uomo appassionatamente vivo" ha con il pericolo e con la morte.

Il lottatore deve costantemente controllare l'ansia e la paura derivanti dall'istinto di conservazione. Gli schemi motori istintuali devono essere sostituti con il gesto tecnico.

La drammatizzazione del rischio da la possibilità di agire le proprie spinte autodistruttive pur senza danneggiarsi.

Il controllo del rischio si manifesta come controllo onnipotente della paura della morte. L'atto sportivo diventerebbe così un mezzo per esorcizzare la paura.

L'autoaffermazione attraverso il rischio permette di superare penosi sentimenti di inadeguatezza, in quanto prova-specchio della propria esistenza.

La volontà è la capacità propria dell'individuo di perseguire la sua possibilità di autodeterminarsi verso degli scopi. Per realizzarsi essa implica una libertà di scelta.

La volontà è indispensabile al lottatore per avere il coraggio di resistere invece di ritirarsi anche quando si accorge della propria inferiorità.

L'agonismo risponde all'esigenza spontanea dell'uomo di misurarsi con la natura, con il prossimo e con se stesso.

Quindi l'aggressività rappresenta la molla fondamentale dell'agonismo.

L'agonismo è la manifestazione matura, costruttiva e creativa dell'aggressività, volta all'autorealizzazione dell'individuo. Essa tende a far uscire l'essere umano dalla passività, a portarlo a contrastare le tendenze regressive dell'aggressione.

L'aggressività esiste in tutti gli esseri viventi e la sua repressione vieta qualsiasi azione connessa con lo sviluppo dell'Io: nell'uomo essa è la base del tentativo di affermarsi come individuo e di scoprire la propria identità.

L'aggressività è una delle qualità più preziose ma anche più difficili da educare.

Le arti marziali possono:

  1. integrare l'aggressività in modo produttivo;
  2. ritualizzare l'aggressività entro modelli agonistici;
  3. permetterne una manifestazione libera e completa.

quindi, permette di elaborare l'aggressività in maniera positiva.

L'agonismo è una condizione fondamentale per acquisire identità e stabilità psicologica. Dal confronto con gli altri dipende una valida strutturazione di un'identità sociale, il concetto di sé, e la sicurezza nelle proprie capacità.

All'origine si può rintracciare un senso di insufficienza vitale, che costringe l'individuo ad impegnarsi agonisticamente nella competizione sociale.

La ricerca psicologica ha dimostrato l'esistenza negli atleti di elevato livello di forti frustrazioni riconducibili a vissuti infantili.

 Il nucleo aggressivo dell'agonismo viene manifestato contro:

  •       La natura (difficoltà proprie dello sport specifico);
  •    Se stesso (sottoponendosi masochisticamente a duri sacrifici per raggiungere un obiettivo ideale)
  •        L'avversario (indispensabile per agire la competizione).

Alcuni fattori che inducono il giovane alla pratica agonistica originano da problemi psicologici quali:

  • Sentimenti di inferiorità (per cui si impegnano in attività capaci di smentire timidezza, insicurezza, ansiosità ed ipercriticismo);
  • Desiderio di potenza (derivante anch'esso da inferiorità latente);
  • Narcisismo (massima valorizzazione di sé attraverso il successo);
  • Virilità come modello (ardimento e bravura proposti come ideale "maschile").

Il nostro sistema nervoso simpatico svolge, tra le numerose funzioni, anche quella legata alla sopravvivenza, nello specifico, è responsabile della reazione di attacco o fuga. 


Mayer (2008) individua quattro aspetti dell' intelligenza emotiva correlati agli sport da combattimento

  1. la valutazione delle proprie emozioni, cruciale nel regolare il livello di arousal; 
  2. la comprensione delle emozioni altrui, necessaria per prevedere le reazioni ed azioni dell'avversario; 
  3. l'uso delle emozioni per mascherare e fingere le proprie emozioni ed usarle a proprio vantaggio durante il combattimento
  4.  l'autoregolazione delle emozioni, per mantenere un appropriato livello di arousal e controllare la situazione.

Emozioni ed intelligenza emotiva: come influiscono sulle prestazioni sportive

Si vince con la testa e le gambe. I pugni hanno un'importanza secondaria.                                                                                                                           (Georges Carpentier)
Lo sport va a cercare la paura per dominarla, la fatica per trionfarne, la difficoltà per vincerla                                                              (Pierre de Coubertin)

Dai primi studi condotti negli anni '80 (Parfitt e Hardy, 1987) focalizzati sui rapporti tra prestazioni sportive ed emozioni quali rabbia e paura, si è arrivati con Hanin (1997, 2000) alla formulazione del modello IZOF, secondo il quale ogni atleta possiede una propria zona ottimale di funzionamento, all'interno della quale è possibile realizzare la performance migliore.

In questa prospettiva non si valuta più l'emozione singolarmente ed il suo peso sulla prestazione, ma si identificano diverse emozioni e si stima in che misura esse possano essere funzionali, in un preciso atleta, per permettere il raggiungimento di prestazioni ottimali. 

Seguendo la linea definita da Hanin nel ritenere le emozioni come una risorsa per comprendere se stesso e l'altro e per il fondamento dell'azione consapevole, possiamo notare come ci sia un forte avvicinamento al concetto diintelligenza emotiva definito per la prima volta da Salovey e Mayer (1990) come:

capacità di monitorare le proprie e le altrui emozioni, di differenziarle e di usare tali informazioni per guidare il proprio pensiero e le proprie azioni.

L'intelligenza emotiva, quindi, comprende sia competenze personali riferite alla consapevolezza e padronanza di sé ed alla motivazione, sia competenze sociali di empatia ed abilità sociali.).

l'abilità di impegnarsi in sofisticati processi di elaborazione delle informazioni circa le proprie ed altrui emozioni e, l'abilità di utilizzare queste informazioni come una guida per il pensiero ed il comportamento.                                                                         Mayer, Salovey e Caruso

Negli sport da combattimento numerose e complesse informazioni richiedono di essere processate per generare una risposta veloce ed adeguata, sia sul piano del pensiero sia su quello del comportamento.

Durante un'aggressione, ad esempio, mobilità tutte le risorse mentali e fisiche per far fronte al nemico che ci vuole far male. L'ansia che proviamo durante una possibile aggressione fisica (ma tale discorso può essere esteso a innumerevoli situazioni di pericolo) è uno strumento adattivo, che trasformandosi in coraggio, ci permette di agire con determinazione, salvandoci.

Nel mondo del combattimento e in ambito militare si parla di condizione bianca, grigia, rossa e nera, quattro condizioni di attivazione neuropsicologica e fisica differenti in base al pericolo.

Nella condizione bianca i nostri livelli di attenzione e di reazione sono disabilitati, perché non vi è un pericolo imminente percepito,

nella condizione grigia percepiamo un pericolo quindi siamo pronti psicologicamente a fuggire o a combattere.

Un'ansia che ha perso la sua funzione adattiva e paradossalmente ci rende inadatti.

E' importante in tal senso intervenire per bloccare questo circolo imperfetto, individuando i pensieri e i comportamenti che inconsapevolmente sostengono il disturbo.

Lane et al. (2009) hanno approfondito anche quali fossero le emozioni associate a performance di successo: vigore, felicità e calma; mentre quelle correlate a scarse performance sembrerebbero essere: confusione, depressione e stanchezza. Non solo l'intelligenza emotiva è correlata alle emozioni piacevoli, ma gli atleti che ottengono punteggi più alti nelle scale self-report su questo costrutto, utilizzano frequentemente competenze psicologiche.

Ogni qualvolta evitiamo qualcosa che ci suscita paura, diamo potere a tale paura, confermando la nostra incapacità

Il bambino per crescere e strutturare una personalità avrà bisogno di affrontare (con il supporto dei genitori o degli adulti significativi) le paure dell'inaudito, noi come il bambino dobbiamo fare la stessa cosa, iniziare ad affrontare ciò che vi spaventa, conoscere cosa può accadere..

Quando l'ansia si attiva senza un evidente pericolo o diventa sproporzionata rispetto alla pericolosità dello stimolo, compromettendo il benessere psicofisico, siamo di fronte un'ansia patologica; ci paralizza, diventando la nostra peggior nemica, peggiore dell'avversario che ci vuole colpire. Il cuore schizzerà a 220 battiti per minuto, pomperà cosi velocemente che l'ossigeno al cervello sarà insufficiente, le mani tremeranno e i pensieri si deterioreranno, significa che smetteremo di pensare. Saremo paralizzati dalla paura, diventando vittime passive.

Secondo gli studi, soprattutto la personalità dell'aggressore di tipo borderline e gli antisociali hanno alle spalle un attaccamento insicuro. Questo segna le loro abilità relazionali, in modo particolare con le figure affettive. Quando questo tipo di attaccamento si unisce a violenza, umiliazione e distacco, si generano un disturbo della personalità e la tendenza a un comportamento violento.

Secondo Dutton (2003, 2007), il risultato di questo mix è "un'identità diffusa". In questo caso la violenza e il distacco emotivo si auto-alimentano in un circolo vizioso che distrugge le relazioni affettive.

Le Arti marziali, possono essere una delle tante "vie", delle tante scelte da intraprendere, utili per la nostra formazione nelle sfere fisiche, psichiche e spirituali.

le arti marziali nella loro espressione più completa sono molto più che un confronto fisico tra due sfidanti, in cui si tenta di imporre la propria volontà a un'altra persona o a infliggerle un danno. Al contrario, per un vero maestro, il karate, il kung-fu, l'aikido, il wing-chun e tutte le altre arti marziali sono essenzialmente vie attraverso le quali ottenere una serenità spirituale, una tranquillità mentale e la più profonda fiducia in se stessi.

            Muhammad Ali diceva:

è la ripetizione delle affermazioni che ti porta a crederci, e quella credenza si trasforma poi in una convinzione profonda, e le cose iniziano ad accadere.

Tuttavia ho dovuto studiare le arti marziali per diversi anni prima di capire tutto ciò. Nei primi anni del mio addestramento ho dedicato tutto il tempo all'apprendimento e al perfezionamento di movimenti e complesse tecniche fisiche, proprio come la maggior parte degli studenti.

Nelle arti orientali l'uomo è visto come "unità psicosomatica", mente e corpo s'integrano per costruire un insieme funzionale in cui l'uno influenza l'altra, il corpo è presente alla consapevolezza mentre la mente si esprime e vive attraverso il corpo.

Le "arti marziali", insieme allo Yoga, fanno parte di quelle discipline che abbiamo importato dall'oriente, cercando di adattarli alla nostra mentalità, alla nostra filosofia di vita, facendone, però, più spesso un consumo, un adeguamento all'ideologia prevalente e quindi una riduzione.

L'adattamento a cui mi riferisco è un processo di integrazione, e non è mai una pura assimilazione, né tantomeno un'identificazione, ma corrisponde ad un acquisire dei modi di pensare che restano in ogni caso sempre parziali e relativi in rapporto all'ideologia dominante che ci appartiene.

È necessario che l'integrazione avvenga a livello di modi di pensare, di modelli mentali.

È in questo processo che possiamo individuare il valore educativo che l'insegnamento delle "arti marziali" può avere. Tutto ciò può divenire possibile se si sfruttano almeno concetti che fanno parte della cultura orientale e che possiamo assimilare, capire ed integrare.

Se si riuscisse ad entrare in questo spirito, che sarebbe di enorme arricchimento della nostra "occidentalità" insegnare ed esercitare le "arti marziali" può diventare una palestra di vita e non solo una palestra di lotta.

E' da considerarsi dannoso e grave, quando si usano come efficace metodo educativo, strumenti che l'alienazione fonda prevalentemente sulla competitività resa fantasma, scissa dalle leggi del convivere sociale, violando il bisogno di "comunità" di cui il bambino è portatore, costringendolo così ad arroccarsi a difesa di un "io insicuro", che è frutto dello scarso rispetto di sé che trova nel mondo degli adulti.

Tutto ciò fondato su un modo di pensare che realizza una "mentalità del mercato" anche quando questo non c'è, che ha invaso e caratterizza il mondo degli adulti, prima ancora di invadere pesantemente il mondo dei bambini.

L'arte marziale è un metodo di auto-educazione: questo significa che il suo scopo è rendere ogni essere umano autonomo e capace di prendersi la responsabilità della propria vita. Anche se in principio il ruolo dell'insegnante è fondamentale, il praticante non viene mai educato ma impara, con la guida di un insegnante, ad educarsi da solo.






"Ognuno di noi deve farsi carico della propria salute, della vitalità che ha ricevuto al momento della nascita e che è un patrimonio di cui siamo responsabili per tutta la vita".

K. Tokitsu

       DOVE PRATICARE LE ARTI MARZIALI:  "IL DOJO"

Il Dojo è il luogo nel quale si può raggiungere, seguendo la "via", la perfetta unità tra (zen) mente e (ken) corpo, quindi, il perfetto equilibrio psicofisico, massima realizzazione della propria individualità.

Il dojo è la scuola del maestro (sensei): egli ne rappresenta il vertice e sono sue le direttive e le norme di buon andamento della stessa; oltre al maestro ci sono altri insegnanti, suoi allievi, e i (senpai ) allievi anziani di grado che svolgono un importante ruolo: il loro comportamento quotidiano rappresenta l'esempio che deve guidare gli altri praticanti; quando un senpai non si cura del proprio comportamento diventa un danno per tutta la scuola.

Quando si entra nel dojo, ci siamo solo noi e tutto ciò che accade sul tatami, quindi vi chiedo, come se fossimo nel Dojo di lasciar fuori ogni distrazione per concentrarvi nella lettura.

Dojo  significa "Luogo per la ricerca della via"; in Sanscrito prende il nome di "Badhi Manda" che significa "Luogo di saggezza".

I curiosi e coloro che vogliono ritrovare gli amici dovranno attendere fuori, badando a non essere di disturbo, chi è sinceramente interessato ad assistere alla pratica potrà chiedere permesso e mantenersi rispettoso.

Nel dojo abbandoniamo ogni considerazione di fama e ricchezza, dimentichiamo  pregiudizi di razza e sesso. L'ardore della pratica deve unirsi ad un'atmosfera di ricerca interiore. Non c'è altra via se non quella di accettare le regole, seguendo con buona volontà gli insegnanti e rispettando la gerarchia dei gradi.

Sono richieste tre qualità: una buona educazione, una grande fiducia nel Maestro liberamente scelto, un grande amore per l'Arte preferita.

Le regole tradizionali che sono insegnate e l'atteggiamento mentale che è suggerito non sono delle mortificazioni imposte a chi pratica, ma formano un costume che favorisce un lavoro collettivo e il progresso individuale.

Bisogna essere puliti nel corpo e nel costume; entrate nel dojo con il piede sinistro (uscite con il destro); disponete ordinatamente le calzature con la punta rivolta verso il tatami, portate rispetto ad ogni cosa, non mostratevi a torso nudo, e rispettare gli orari.

Parlare il meno possibile. Controllare i pensieri concentrandoli su quanto fate, non distraetevi, non contribuite a distrarre gli altri.

In un Dōjō il saluto può assumere diverse espressioni che riflettono altrettanti momenti della pratica marziale; dal punto di vista pratico si possono individuare due tipi di saluto: il saluto in piedi (Ritsurei) e quello in ginocchio (Zarei), quest'ultimo ottenibile attraverso la posizione di Seiza.

L'inchinarsi ha molteplici significati, sia dal punto di vista degli allievi che del Maestro: ogni allievo infatti ringrazia il proprio Maestro e si dichiara pronto ad impegnarsi e seguire i suoi insegnamenti con tutte le proprie forze; il Maestro nell'inchinarsi agli allievi si dichiara sempre disposto ad insegnare e ad aiutarli. 

Il Maestro

Deve far conseguire un livello di maturità e di equilibrio psichico che garantisca all'atleta il controllo delle proprie dinamiche affettive.

L'allenatore è per gli atleti più giovani un sostituto della figura paterna, perciò deve sentire la responsabilità del compito, sfruttare lo spontaneo ascendente, evitare di deludere. Per lo sportivo già avviato, l'allenatore è l'amico-guida, il tiranno ed il maestro insieme.

L'allenatore è sempre legato all'atleta da un rapporto affettivo ambivalente e delicato, dal cui squilibrio può dipendere un rendimento sportivo notevolmente inferiore alle effettive possibilità psicofisiche dell'atleta.

La maggior parte degli allenatori considera l'atleta come un soggetto da guidare e a cui richiedere disciplina ed impegno.

Il termine giapponese per indicare la parola saluto è "Rei".

I giapponesi hanno un termine "Gi shi", la cui traduzione è "uomo retto". Questo concetto si sposa perfettamente con il gesto del saluto. Uno degli scopi delle Arti Marziali è la ricerca del "gi-shi" ovvero la ricerca della rettitudine che si esprime verso l'esterno a cominciare dall'atto simbolico del rei.

"Senza cortesia il valore del karate va perso" (G. Funakoshi)

"Rei", parola della lingua giapponese, deriva dal termine "reigi" il cui significato è cortesia, educazione, etichetta, e da "keirai" il cui significato è saluto, inchino. La complessità simbolica del saluto è espressa anche nella mimica posturale. L'allineamento del ventre, del busto e della testa, ad indicare, rispettivamente, la volontà, l'emotività e l'intelletto; la posizione verticale simbolo della "via spirituale"; l'inchino della "via materiale.

Nell'ambito delle arti orientali, il saluto fa riferimento ad un rituale che accompagna, alla semplicità esteriore dei gesti, un aspetto più interno; è un'interiorizzazione di un mondo che si estende dalla propria persona per allargarsi e raggiungere il Maestro, gli altri praticanti, la palestra e l'arte marziale che si sta praticando.

Il praticante, attraverso il saluto, manifesta la sua intenzione a percorrere e praticare la Via (Dō) con una continua ricerca dell'equilibrio e del controllo dei propri sentimenti, in un ambito di costante richiamo all'umiltà, alla disciplina ed alla perseveranza.

I dojo della "via" si differenziano in questo aspetto dai normali spazi sportivi: l'esercizio fisico può anche essere il medesimo ma è la ricerca del giusto atteggiamento che consente di progredire. L'allievo entra nel dojo e deve lasciare alle spalle tutti i problemi della quotidianità, purificarsi la mente e concentrarsi sull'allenamento per superare i propri limiti e le proprie insicurezze, in un costante confronto con sé stesso.

Il dojo è come una piccola società, con regole ben precise che devono essere rispettate. Gli allievi diventano tutti uguali; la loro condizione sociale o professionale viene lasciata negli spogliatoi, per il maestro essi sono tutti sullo stesso piano. Si apprende con le tecniche una serie di norme, che vanno dalla cura della persona, al fatto di non urlare, non sporcare, non fumare, non portare orecchini o altri abbellimenti (per evitare di ferirsi o di ferire), al fatto di comportarsi educatamente sino all'acquisizione dell'etica dell'arte marziale che discende da quella arcaico-feudale dee samurai: il bushido "via del guerriero".

Il coraggio, la gentilezza, il reciproco aiuto, il rispetto di se stessi e degli altri sono dettami che entrano a far parte del bagaglio culturale dell'allievo. Nel dojo non si usa la violenza: non per nulla le arti marziali enfatizzano la forza mentale e non quella fisica, condannata prima o poi ad affievolirsi.

Anticamente nel dojo veniva eseguito il rito del soji (pulizia): gli allievi, usando scope e strofinacci, pulivano l'ambiente, lasciandolo in ordine per i successivi allenamenti. Tale gesto è il simbolo della purificazione del corpo e della mente: i praticanti si preparano ad affrontare il mondo esterno con umiltà, dote necessaria per apprendere e per insegnare l'arte marziale.

Il processo mentale di cambiamento necessario non è facile per noi. Si tratta di arrivare a pensare, ad esempio, che le arti marziali sono esercizi di equilibrio, dove la competitività si sviluppa solo tra parti di se che necessitano di uscire dal conflitto per entrare in armonia, e che la competitività interpersonale è, o dovrebbe essere, solo nel mantenimento dell'equilibrio e non nella sopraffazione, sono concetti questi che non appartengono alla nostra abituale impostazione di vita.

IL COMPORTAMENTO

Il comportamento dell'allievo è caratterizzato da:

  1. Verso i compagni: è caratterizzato da solidarietà, abnegazione, partecipazione emotiva alle vittorie ed alle sconfitte. È socievole, sceglie come amico un pugile appartenente ad una diversa categoria di peso, sente la palestra come una seconda casa;
  2. Verso l'Allenatore-Maestro: profondo rispetto, dipendenza, idealizzazione. Il trainer è sentito come maestro nel senso più ampio: da lui vengono sia l'insegnamento dell'arte del combattimento, sia le sanzioni morali che ne generano l'assunzione come figura paterna;
  3. Verso l'arbitro: ne riconosce l'autorità normativa sul ring-tatami;
  4. Verso il pubblico: va dalla dipendenza emotiva all'astiosità o indifferenza. Diversamente da altri sport, nel pugilato l'atleta tende ad escludersi dalla relazione con il pubblico, anche a causa dei rischi connessi ad una eventuale distrazione durante il combattimento.

         L'ENERGIA INTERIORE: IL "Qi"

Oltre 3000 anni fa la cultura cinese ebbe una stupefacente intuizione (oggi confermata anche dalla scienza moderna), ovvero: che la materia e l'energia sono la stessa cosa.

La materia si può trasformare in energia e l'energia può condensarsi in materia.

Il nostro corpo è formato quindi da materia ed energia e a sua volta l'energia può assume differenti forme di aggregazione.

Tre sono le fonti principali di Qi per l'uomo: il respiro, il cibo e la genetica.

Mentre cibo e aria sono parte del Qi acquisito, la terza fonte principale di Qi è ereditaria.

Il Qi originario (geni) è responsabile della costituzione fisica e della naturale tendenza verso la malattia o la salute.

La quantità di Qi ereditato è immutabile: non possiamo tornare al tempo del concepimento per incrementarlo; possiamo tuttavia sostenerlo con la meditazione, la pratica marziale e lo sviluppo della spiritualità. Inoltre, anche la natura è una fonte inesauribile di Qi originario.

Categorie di Qi

Il concetto di Qi ha un ruolo così centrale nella medicina cinese, che in pratica tutti gli stati di salute o malattia possono venire descritti da una sua forma. Alcuni autori cinesi di opere sulle Arti Marziali hanno scritto interi volumi sul tipo di Qi necessario per sferrare in maniera efficace pugni, calci, parate, schivate, spinte, ecc.

In base alla funzione svolta e alla sua origine assume "etichette differenti".

Dan Tian: i serbatoi del Qi

Il Dan Tian (in cinese Dāntián, 丹田 e in giapponese Tanden, 丹田) è il centro energetico più importante del corpo e uno dei termini più usati nella letteratura marziale. Situato nel basso ventre, a metà tra l'ombelico e l'osso pubico, è sia il centro di gravità che il centro energetico del corpo. Il Dan Tian immagazzina il Qi, come un serbatoio, ma funge anche da pompa, spingendo l'energia in tutto il corpo.

Ci sono, tre centri energetici principali nel nostro corpo.

  1. Il Dan Tian inferiore, nel basso ventre, è associato alla sessualità e immagazzina Qi ed energia sessuale, il Jing.
  2. Il Dan Tian mediano, al livello del plesso solare, immagazzina il Qi ed è correlato con la respirazione e con la salute degli organi interni.
  3. il Dan Tian superiore, tra le sopracciglia (al livello del "terzo occhio"), è la sede dello Shen, l'energia della coscienza, ed è in relazione con il cervello.

Solitamente però, se non diversamente specificato, il temine Dan Tian si riferisce a quello inferiore, il più importante. Ogni movimento del marzialista ha origine (o dovrebbe originare) da lì. 

Da giovane sognavo, di imparare a sferrare pugni e calci efficaci e imparabili, frutto di una energia sovrannaturale. Spesso questa ricerca (poco marziale) dell'estrema distruttività del colpo passa (solamente) attraverso l'allenamento fisico, il condizionamento, l'aumento della forza e della prestanza fisica.

Tale ricerca spasmodica, spesso, porta lontano dall'obiettivo. Quello che si ottiene è una finta sensazione di efficacia, labile e passeggera, che si esaurisce in fretta perchè è legata a un concetto molto "fisico" e materiale di forza.

Quella che si sviluppa non è la vera forza.

La pratica va oltre il semplice aspetto fisico, riuscendo così a fondere assieme corpo-mente-spirito e a utilizzare il Ki, l'energia interna, come motore delle loro agire sia sul piano fisico che su un piano più sottile.

Ogni movimento, dal più semplice e quotidiano al più marziale era frutto di un processo energetico finalizzato in un gesto fisico, era un continuo scambio con l'ambiente e l'Universo che li circondava. È così che anche noi possiamo allenarci a sentire l'energia, mescolando assieme tecnica, meditazione, uso della corretta respirazione, percezione del fluire del Ki (o del Qi) in tutto ciò che facciamo.

Ancora una volta la ricetta è portare fuori dal Dojo l'Arte Marziale e la sua pratica, per renderla quotidiana. È così che la pratica marziale smette di essere semplice esercizio fisico e strumento di difesa e diventa filosofia marziale applicata alla vita e alle relazioni.

Per imparare a lasciare fluire liberamente il Qi nell'azione marziale e nella vita di tutti i giorni è necessario esercitare le tre condizioni basilari per la pratica:

  1. Fang Song (rilassato) - per realizzare la condizione di Fang Song è necessario rilasciare le tensioni e lo sforzo verso il basso: questo principio consiste nel portare il peso e l'energia verso la terra, in modo da permettere un miglior radicamento. Solo quando il corpo si svuota dalle tensioni può essere riempito di energia, la cui circolazione all'interno del sistema energetico induce il movimento del corpo
  2. Rújīn (tranquillo) - si riferisce alla tranquillità e alla serenità interiore che il praticante deve mantenere in ogni momento
  3. Zìrán (naturale) - la condizione di naturalezza è correlata all'arresto del dialogo interno. La mente è la causa principale che ci allontana dalla connessione con la natura, creando continuamente scenari e idealizzazioni (inesistenti) della realtà. Se la mente non è naturale, la persona è agganciata al passato o proiettata nel futuro e la mente è colma di giudizi e di pensieri incontrollati che allontanano dalla condizione di unione con il mondo naturale

Allo stesso tempo è fondamentale lavorare sui tre livelli di regolazione:

  1. Tiao Shen (regolare il corpo) - prima di potersi concentrare su concetti più interni e sottili è necessario allineare il corpo
  2. Tiao Xi (regolare il respiro) - significa adottare una respirazione naturale e rilassata, normalmente addominale come quella del neonato. La regolazione della respirazione permette di controllare l'emotività e di raggiungere uno stato di tranquillità interiore fondamentale per la buona pratica
  3. Tiao Xin (regolare mente-cuore) fa riferimento alla creazione di uno stato di tranquillità e silenzio interiore, nel quale i pensieri e le emozioni non siano di disturbo alla pratica. Lo scopo è quello di raggiungere la calma della mente e del cuore, prerequisiti per far si che l'intenzione si manifesti

Interiorizzati i principi possiamo iniziare il vero lavoro di pratica e di scoperta che ci porterà a sentire e a far fluire liberamente il Qi (o il Ki).

O'Sensei Morihei Ueshiba diceva:

Nella pratica, quando il tuo avversario sferra un colpo,

devi già essere in movimento.

Dopo che l'hai visto muoversi, è già troppo tardi ed un falso movimento da parte tua è fuori luogo. Muoversi simultaneamente con il colpo;

si deve sentire l'intenzione dell'avversario.

Non usare la mente, ci si deve muovere naturalmente, senza pensarci.

Quando raggiungerai questo stato, 

riuscirai a muoverti simultaneamente con l'ordine.


CORPO E MENTE

In oriente la salute è considerata nel complesso dei diversi sistemi che costituiscono l'essere umano. Corpo, mente ed emozioni lavorano in sinergia, influenzandosi a vicenda, in un complesso sistema di interazioni che rendono impossibile valutare uno senza coinvolgere l'altro.

Sia in Grecia che in Cina era frequente che i medici fossero al tempo stesso filosofi e viceversa, che filosofi e letterati avessero una forte cultura medica (come Aristotele).

La medicina greca aveva un approccio alla prevenzione e alla terapia chiamato diaita, ovvero "modo di vita", o "regole di vita", che introduceva l'idea di fondo di orientare la vita del paziente nella sua interezza e non semplicemente nel dare consigli limitati a periodi di malessere o convalescenza. Secondo questa concezione, sia la malattia che la salute di una persona dipendevano da circostanze insite nella persona stessa.

"Prima di guarire qualcuno, chiedigli se è disposto a rinunciare alle cose che lo hanno fatto ammalare." Ippocrate

Anche in Cina seguivano questo stesso approccio chiamato da loro yangshen, "nutrizione della vita", che riguardava la salute dell'individuo durante tutto l'arco della vita e non come qualcosa a cui riferirsi nel caso di comparsa della malattia.

E' noto che

"il medico viene pagato solo se la persona che ha in cura non si ammala".

Meditare significava prendersi cura di sé, con l'obiettivo di liberare la mente dagli automatismi, dalla schiavitù delle passioni e incamminarsi lungo una via di saggezza tramite esercizi mentali e di respirazione di cui abbiamo testimonianze in tutto l'arco dell'antichità, da Socrate a Marco Aurelio..

Nel 1948 l'Organizzazione Mondiale della Sanità si riappropria del concetto di salute,

"La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplicemente l'assenza di malattia o infermità."

Questa breve premessa per anticipare che in questo scritto la mente ed il corpo viaggeranno sempre sugli stessi binari.

La preparazione psicologica dell'atleta

L'allenamento ideo-motorio é una tecnica comportamentale che permette lo sviluppo di una data abilità motoria esclusivamente mediante la ripetuta rappresentazione mentale del gesto o dell'azione cinetica, e cioè in assenza di ogni ricorso a specifici movimenti corporei.

Può essere eseguito in una stanza silenziosa, in penombra.

La riproduzione mentale dell'azione motoria è attivata utilizzando:

  1. il ricordo dell'azione così come l'atleta l'ha vista compiere da altri;
  2. sequenze fotografiche o proiezioni dell'azione per alcuni minuti prima dall'addestramento ideomotorio;
  3. richiamo mnemonico delle istruzioni verbali del tecnico;
  4. descrizione verbale del movimento

LA PRATICA

Prima di iniziare si cerca l'energia giusta nella posizione di "seiza"; la schiena è diritta, il mento leggermente arretrato, le mani sono appoggiate sulle cosce, e soprattutto occorre stare rilassati, è l'occasione per ricentrarsi pur restando rilassati, ma non troppo, perché durante la pratica delle arti marziali non si deve mai essere "troppo" rilassati.

· MOKUSO -

La mente deve essere sempre pronta e vigile, per questo durante il MOKUSO (che origina dagli ideogrammi di MOKU, "silenzio", e SO, "pensare"). Mokuso significa diventare pienamente coscienti dei propri pensieri, aspirazioni e desideri. L'ideogramma SO, infatti, contiene parti che significano occhio e mente, che messi insieme significano "guardare nel proprio cuore".

Ma cosa bisogna fare durante il Mokuso? Noi in dojo non insegniamo mai quale tecnica utilizzare perché riteniamo che sia importante sviluppare un modo personale di affrontare il momento di meditazione/transizione che Mokuso rappresenta.

Esistono diversi approcci possibili, sintetizzo i più usati:

  1. ci si può concentrare sul respiro che deve essere diaframmatico e profondo;
  2. si possono contare i respiri o contare la durata del ciclo inspirazione-trattenere-espirazione;
  3. ci si può concentrare sul proprio tanden migliorando progressivamente la sensazione del proprio centro;
  4. si possono osservare i propri pensieri, semplicemente osservarli scorrere senza fermarsi o farsi prendere da nessuno di loro;
  5. ci si può concentrarsi sulla pratica che seguirà, focalizzandosi su alcuni punti o obiettivi;
  6. si può contare seguendo il contare o da 1 a 10 o da 10 a 1;
  7. si può recitare un mantra;
  8. si può cercare il silenzio;
  9. si può usare un approccio motivazionale utilizzando frasi apposite;
  10. ci si può concentrare sulla luce (in tutte le varianti possibili di utilizzo della luce).
Ci sono insomma molte possibilità, molte di più di quelle che ho citato. Ogni persona deve trovare il suo modo di praticare Mokusoe questo modo può anche essere diverso a seconda dei momenti o dei passaggi che affrontiamo nella vita o nello Iaido.

L'importante è che sia un momento di passaggio e di attenzione e non un tempo senza significato in cui stiamo lì seduti e lasciamo che i pensieri esterni prendano il sopravvento. In tal caso stare fermi in posizione è veramente inutile.

Allo stesso modo l'allenamento può finire con Mokusocercando nuovamente di calmare la mente e di immagazzinare quello che si è imparato durante l'allenamento.

I principali ostacoli al raggiungimento del successo personale sono la debolezza di propositi e la mancanza di impegno

All'inizio della lezione, il Mokuso è utile per lasciare fuori (soprattutto oggigiorno) la realtà esterna, tanto diversa e fuorviante da quella che ci si impegna a vivere nel Dojo; bisognerebbe riaprire gli occhi al termine del Mokuso con lo spirito rinnovato, pronto, e con l'intento di vivere appieno una lezione da vero lottatore. Alla fine della lezione, il Mokuso è un momento di riflessione sul tempo speso nel Dojo, dove si ringraziano il proprio Dio, i propri genitori, o il "destino fortunato" che ci ha concesso la salute, la forza ed il tempo di andare ad allenarsi; e naturalmente si ringrazia il Maestro per gli insegnamenti ricevuti.

Un termine che completa il cerimoniale del saluto di inizio e fine lezione, ma che è utilizzato quotidianamente nella pratica, è la parola "OSS".

L'ideogramma che raffigura l'O significa "spingere" e simbolizza il massimo dello sforzo che si è in grado di dare. Il suffisso SU significa "perseverare tenacemente". OSU è dunque un impegno morale a far sempre del proprio meglio e a perseverare nel tempo. SU da solo, significa anche "stare in silenzio" e questo carattere è composto da due radici che significano "lama" e "cuore". 

Il concetto di perseveranza dei giapponesi comprende quindi l'idea di rimanere in silenzio anche se il cuore viene passato da una lama;, considerando più ampiamente la vita e le sue molteplici difficoltà, può intendersi come "Io passo attraverso la sofferenza", oppure "Io passo attraverso la gioia", o ancora "Io passo attraverso tutto".

Non cerchiamo la via per vincere gli altri, ma la strada per superare se stessi.

Le arti marziali richiedono una gran parte di autoriflessione, e l'autoriflessione ha più a che fare con profonde verità apprese direttamente strada facendo che con premi o gratificazioni estemporanee. Ogni volta che pronunciamo OSS o OSU, ricordiamoci quindi che è un impegno a lavorare intensamente, e a perseverare consapevoli che stiamo facendo qualcosa per noi stessi e non per avere gloria, riconoscimenti e onori. Se ogni volta che pronunciamo questa parola ci sentiamo onesti nel cuore ed orgogliosi di noi e di quello che facciamo, allora possiamo pensare di essere sulla strada giusta.

La tua strada potrà essere lunga o corta, ma se non fai il primo passo sarà infinita OSS! (Io passo attraverso la sofferenza)

  1. Se si pone la propria mente nell'azione del corpo dell'avversario, la mente ne sarà soggiogata.
  2. Se si pone la mente nella spada dell'avversario, la mente ne sarà soggiogata.
  3. Se si pone la mente nel pensiero di quali saranno le intenzioni dell'avversario che sta per colpirci, la mente ne sarà soggiogata.
  4. Se si pone la mente nella propria spada, la mente ne sarà soggiogata.
  5. Se si pone la mente nella propria intenzione di non essere colpiti, la mente ne sarà soggiogata.
  6. Se si pone la mente nella posizione del corpo dell'avversario, la mente ne sarà soggiogata.                                                                                                                                                                                                                  Il significato di questo è che non vi è luogo dove porre la mente.           Fudōchishinmyōroku Takuan Sōhō

Lo studio di ciascun arte comprende l'apprendimento del panorama storico, lo studio dei suoi fattori caratteristici, la filosofia usata per affrontare il combattimento, ecc.

Tali fattori sono divisi i due categorie:

1. Fattori Esterni (tecniche di combattimento, ecc.)

2. Fattori Interni (controllo del Ki, ecc.)


LA RESPIRAZIONE E IL MOVIMENTO

La respirazione è la prima forma di vita: una respirazione scorretta, il mancato movimento di muscoli e articolazioni porta a un progressivo peggioramento del movimento di tutto il nostro corpo che sfocia anche a livello mentale nella lentezza, nella cattiva concentrazione per le attività quotidiane. Quindi il movimento è alla base della nostra vita; senza movimento si diventa facili prede di squilibri. Un corpo allenato al movimento riesce ad evitare squilibri ma se l'allenamento è eccessivo il movimento del fisico può comunque essere compromesso: Per questo motivo, ogni pratica deve essere effettuata senza eccessi e in modo morbido, attraverso l'uso razionale dei meridiani energetici.

In giapponese Waza ovvero "esercizio benefico" rappresenta l'uso corretto del movimento corporeo secondo natura e teso al beneficio personale.

La postura da la possibilità al corpo di funzionare efficientemente con il minimo sforzo, ciò riflette il potere della padronanza di sé, è espressione di fluidità e bellezza. Comprendere la propria postura personale è un atto di conoscenza, che è la premessa per poter agire sulla stessa e diventarne pienamente consapevoli. 

Ogni sistema del nostro essere è interconnesso, la "struttura", la "biochimica", il "mentale", l'"energetico", lo "spirituale". Per cui la corretta ergonomia della postura è l'esemplificazione di una coerente integrazione di tutti i sistemi. 

Lo stesso svolgimento di attività funzionali finalizzate al gesto tecnico deve avvenire mediante movimenti psico-corporei integrati. Per mantenere una buona postura si ha bisogno di una comunicazione funzionale tra muscoli fissatori, agonisti, antagonisti e sinergici. Questa comunicazione è continua, è un continuo adattamento. Il risultato è un delicato equilibrio di funzioni in uno stato di costante disequilibrio dinamico.

Il movimento naturale ed efficiente è quindi espressione complessa e globale del perfetto funzionamento integrato di neuro motricità, alfabetismo motorio, emozioni e personalità. La coordinazione e l'elasticità muscolare rendono il movimento efficiente. Allenare tali qualità è fondamentale per evitare movimenti disfunzionali.

Disequilibri tra antagonismi muscolari e tra allineamenti assiali sono cause di distonie posturali. Per tale motivo il nostro allenamento per la coordinazione, l'elasticità muscolare e gli allineamenti articolari, devono tener conto di alcuni fattori importanti quali:

  1. Tridimensionalità: dato che la colonna vertebrale ci permette di fare movimenti di flessione, estensione, movimento laterale, circonduzione, rotazione, e movimenti integrati fra di loro;
  2. Tensegrità: "Integrità della tensione", compressioni e trazioni si equilibrano all'interno di un sistema vettoriale chiuso per cui la stabilità del corpo e la postura dipende dal modo in cui l'intero sistema distribuisce e bilancia le sollecitazioni e non dalla resistenza di ciascun singolo elemento. Grazie a questa ripartizione delle forze, allenare la tensegrità permette una quantità massima di forza, una stabilità meno rigida e più elasticità.
  3. "Pulsazione" come momento allenante del "Sistema Miofasciale": si tratta di una varietà di tessuto connettivo che si trova in tutto il corpo e si estende ininterrottamente dalla testa ai piedi creando una struttura di collegamento continua. Diventa così un organo di sostegno globale che si specializza in base alla funzione svolta: fasciale, tendineo, legamentoso, connettivale in senso stretto.

Quindi tutto ciò che connette, tiene insieme.

È un sistema integrante di tutto il tessuto che unifica il corpo che collegando assieme tutte le parti, aiuta tutte le aree corporee a collaborare in schemi di movimenti coordinati.

La colonna vertebrale consta di diverse "curve", e conoscere tali curve è fondamentale, dato che la loro alterazione è quasi costantemente associata a tematiche posturali e a sindromi dolorose.

La curva toracica e pelvica sono dette "curve primarie" perché si formano in età fetale.

Le curve cervicale e lombare vengono dette "secondarie o compensatorie" perché si formano successivamente alla nascita.

Inoltre per il nostro "Algoritmo" posturale considereremo una quinta curva: la curva della testa, che va dall'atlante (vertebra cervicale) all'osso frontale (ossa del cranio).

L'algoritmo consta di 10 aree chiave del corpo. Quando tutte le 10 aree chiave del corpo sono collegate in modo uniforme nella postura dinamica, allora tutto il corpo ha una maggiore funzionalità. Il corpo funziona come un sistema in cui tutte le 10 aree chiave del corpo lavorano insieme, unitamente al tono muscolare. Quando c'è una partecipazione equilibrata di ciascuna parte, l'armonia dell'allineamento posturale viene amplificata. Ogni parte del corpo ha un suo modello geometrico definito o un suo allineamento spaziale che chiunque può imparare a raggiungere.

Quindi, in ogni esercizio o posizione, indipendentemente dall'orientamento: supino, prono, inclinato, in verticale, ecc..., ciascuna parte del corpo si muove sempre in una direzione energeticamente definita per creare la ottimale funzionalità per tutto il corpo.

IL RUOLO DELLO ZEN NELLE ARTI MARZIALI

«Ci sono due modi di affrontare la violenza altrui. Quella di farla andare di più...di più; o quella di togliersi di mezzo in modo che quella violenza trovi il vuoto.»

Ad esempio, il principio della gentilezza ju, insegna che occorre assecondare e non contrastare la forza dell'avversario, acquisendo la capacità di mantenere la propria posizione per non perdere l'equilibrio.

È molto difficile definire il ruolo dello zen nelle arti marziali, perché lo zen non ha una sua teoria: è una conoscenza interiore per la quale non esiste un dogma definito con precisione. Lo zen delle arti marziali tende a ridurre il potere dell'intelletto e a celebrare l'energia dell'azione intuitiva. Il suo sco- po ultimo è quello di liberare l'individuo dall'ira, dall'illusione e dalle passioni ingannevoli.

A partire dal periodo Meiji, nel quale la classe guerriera iniziò a scomparire, le arti marziali assunsero l'aspetto di "discipline educative", tramandate di padre in figlio o da scuola a scuola con l'intento e la convinzione ch'esse aiutassero la persona a migliorare il proprio impegno in qualsiasi attività quotidiana.

A tal fine, vennero insegnate come arti di coordinazione e d'integrazione, le quali comprendevano un rilevante coinvolgimento della personalità dell'individuo, sia da un punto di vista fisico che mentale e spirituale.

Il fine ultimo di queste discipline si basa sulla ricerca di armonia tra corpo, mente e spirito, da mettere in pratica sia all'interno della "palestra" che al di fuori, nell' agire quotidiano.

La mente ed il corpo sono dimensioni inseparabili di un unico essere vivente, realmente co-esistenti e influenti tra loro. Allenare uno significa armoniosamente allenare anche l'altra.

Nella tradizione occidentale s'interpretava con "mens sana in corpore sano", o meglio ancora «la mente del corpo, il campo unitario di sentimento, sensazione, pensiero e azione».

Il tempo, vissuto in modo esclusivamente lineare, può diventare per l'uomo una corsa frenetica affinché non né perda nemmeno un secondo, egli è assorbito da troppe incombenze: il lavoro, gli affetti, la casa ed altro ancora; il suo timore di non riuscire a portare a termine tutto, lo spinge a vivere ogni azione con l'unico scopo di arrivare ad una fine, ovviamente vi arriverà, ma a scapito di cosa? Del presente!

Se si scorre spinti solo dal desiderio di arrivarci non arriveremo mai, non godremo mai del presente che è la rivelazione temporale dell'eternità. 

Se siamo viandanti solo protesi verso la cima, non godremo mai del cammino.

L'importanza sarà fissata sulla necessità dell'uomo d'imparare a vivere il proprio tempo "soggettivo", l'attimo in cui si è, il qui e ora!

Lo studio delle arti marziali indirizza verso questo cammino, durante l'acquisizione di una tecnica, il tempo non scorre piatto e lineare, ma si vive ogni istante guidati dalle onde del ritmo e della cadenza.

La bellezza di una sinfonia sta in ogni battuta e non solo nell'accordo finale.

L'atleta di pugilato, l'atleta di arti marziali, ha un profilo molto diverso dal prepotente che si incontra per strada.

IL PROFILO COMPORTAMENTALE  DELL' ATLETA 

NELLO SPORT DA COMBATTIMENTO

Questo profilo comportamentale è maggiormente separato da quello psicologico ed in cui la particolare attività sportiva può essere meglio spiegata sul piano delle motivazioni sociali.

Il combattimento per l'atleta rappresenta un momento capace di risolvere, in taluni soggetti, l'insoddisfazione legata a condizioni socio-economiche e culturali negative, che pur aumentando sensi di insicurezza e inferiorità, stimolano rivalse aggressive.

Esso favorisce la realizzazione di una mobilità sociale e di una rivalsa attraverso qualche suo membro più fortunato, che diventa il realizzatore dei sogni d'affermazione del gruppo attraverso il meccanismo dell'identificazione.

Alcuni autori individuano nel giovane che si avvicina al combattimento:

  1. Desiderio di affermarsi;
  2. Sentimenti di vendetta e rivalsa nei confronti del proprio ambiente;
  3. Influenza del gruppo di pari;
  4. Desiderio di diventare un campione ammirato e idealizzato;
  5. Prospettive di realizzazione economica.

Chi arriva sul ring è un individuo selezionato dalle dure leggi della palestra, una personalità sportivamente ( E NON PATOLOGICAMENTE) aggressiva, fatta di coraggio e non di astiosità.

Sul piano comportamentale dunque il combattente è "educato" dallo sport, che gli assicura un maggiore livello di adattamento e maturazione. Sul piano intrapsichico egli mostra, un insieme abbastanza definito di tratti caratteriologici.

Alcuni autori sostengono che il pugile abbia uno spiccato senso della sua superiorità fisica ed un notevole bisogno di autovalorizzarsi. Ciò si rivela come meccanismo reattivo rispetto al senso (più o meno consciamente avvertito) di una profonda insufficienza vitale. Egli si presenta come timoroso, inibito, profondamente insicuro.

In effetti il pugile, il karateca non è come sembra: la violenza è solo una sovrastruttura compensatoria di una personalità diametralmente opposta: mediante l'ipervalutazione fisica egli rassicura un'Io minacciato ed insicuro.

L'aggressività si esprime catarticamente attraverso una dinamica circolare extrapunitiva-intrapunitiva che, rispetto ai lottatori, appare sbilanciata in senso intrapunitivo.

Dunque, mentre da un lato esiste nel lottatore una condizione di tipo masochistico che gli fa tollerare l'aggressione altrui e quindi il rischio del danno fisico, dall'altro il super-Io gli consente di esprimere attacchi sadici verso l'avversario senza provare sentimenti di colpevolezza.

Il comportamneto è caratterizzato:

  1. Verso i compagni: è caratterizzato da solidarietà, abnegazione, partecipazione emotiva alle vittorie ed alle sconfitte. È socievole, sceglie come amico un pugile appartenente ad una diversa categoria di peso, sente la palestra come una seconda casa;
  2. Verso l'Allenatore-Maestro: profondo rispetto, dipendenza, idealizzazione. Il trainer è sentito come maestro nel senso più ampio: da lui vengono sia l'insegnamento dell'arte del combattimento, sia le sanzioni morali che ne generano l'assunzione come figura paterna;
  3. Verso l'arbitro: ne riconosce l'autorità normativa sul ring-tatami;
  4. Verso il pubblico: va dalla dipendenza emotiva all'astiosità o indifferenza. Diversamente da altri sport, nel pugilato l'atleta tende ad escludersi dalla relazione con il pubblico, anche a causa dei rischi connessi ad una eventuale distrazione durante il combattimento.

Il LOTTATORE

IL lottatore esprime nelle sue doti di tenacia, pazienza, resistenza al dolore, l'esistenza di un nucleo psicologico fatto di insicurezza, inadeguatezza sociale, aggressività reattiva ed insufficienza vitale.

L'esigenza di una pratica agonistica che richiede perseveranza, autocontrollo e dominio dell'aggressività, implica un elevatissimo livello delle abilità psicomotorie (reazioni pronte e veloci) e di schemi motori automatizzati ma suscettibili di adattamenti situazionali dettati dall'intelligenza.

L'aggressività del lottatore ha due aspetti: uno diretto verso l'esigenza di vincere, piegare l'avversario, e l'altro espresso come bisogno intrapunitivo, cioè come forma di auto-mortificazione che spiega la capacità soffrire e accettare le frustrazioni.

Le ricerche in ambito psicologico hanno messo in evidenza, per quanto riguarda i lottatori una debolezza di interessi extrasportivi, scarsa autosufficienza, disforia, ed inibizione.

Gli esseri umani si comportano continuamente come degli scienziati.

Si basano sul senso comune formulando ipotesi circa gli accadimenti della vita quotidiana per spiegarsi i fatti secondo una logica causa-effetto.

L'impossibilità di spiegarsi tali eventi quotidiani genera disagio.

ES. Fabio è respinto all'esame di economia aziendale.

Egli ha una vasta gamma di possibili spiegazioni per giustificare l'accaduto a se stesso. Potrebbe credere di avere studiato in modo poco approfondito, oppure potrebbe non aver compreso il programma di esame, addirittura potrebbe pensare di essere stato bocciato a causa di un oroscopo sfortunato!

Gli psicologi sociali riconducono le possibili spiegazioni a 4 categorie principali:

  1. Cause interne (riferite alle abilità ed alle disposizione del soggetto, es. scarsa preparazione);

  1. Cause esterne (non dipendono dal soggetto, es. difficoltà del compito, circostanze avverse);
  2. Cause controllabili (fattori sui quali il soggetto può influire modificando il proprio comportamento, es. il proprio livello di preparazione);
  3. Cause instabili (fattori sui quali il soggetto non può avere controllo, es. una situazione astrale sfavorevole).


A seconda di come il soggetto si spiega il proprio successo/insuccesso, egli si sentirà più o meno in grado di controllare la propria situazione personale, si sentirà più o meno fiducioso nelle proprie possibilità di autodeterminare il proprio destino.

Fabio potrà cosi credere di :

  1. Poter superare l'esame la volta successiva, studiando di più (cause interne modificabili);
  2. Non poter superare l'esame a causa delle sue doti intellettive insufficienti (cause interne, non modificabili);
  3. Poter superare l'esame soltanto se il prossimo compito sarà più facile, se l'oroscopo sarà positivo, se il professore sarà di buon umore, ecc... (cause esterne, non controllabili);

Il tipo di attribuzione di causalità influenza il senso di autoefficacia del soggetto, ed il senso di autoefficacia personale determina il tipo di attribuzione di causalità.

In questo senso ci possiamo spiegare l'atteggiamento di atleti diversi di fronte allo stesso risultato agonistico.

Oltretutto è immediato come questi fattori non dipendano dal risultato in sé: per esempio un'atleta potrebbe attribuire il proprio successo alla fortuna o alla scarsa forma degli avversari e continuare così ad avere un basso livello di autoefficacia personale.

L'aspetto sul quale focalizzare l'intervento è dunque lo stile di attribuzione di causalità dell'atleta.

A parità di condizionamento fisico e tecnico, sarà vincente l'atleta più fiducioso nella propria possibilità di controllare la performance personale.

Esempio:

Matteo e Pietro

Stesso risultato agonistico

Spiegazioni diametralmente opposte

Diverso livello di impegno

Diverso livello di controllo dell'ansia pre-agonistica

Diversa attribuzione di valore all'attività sportiva

Diversa percezione del proprio valore di atleta

Diversa percezione del proprio valore di persona

Diverso livello di autoefficacia

Diverso risultato alla performance successiva

La pratica sportiva non agonistica contribuisce a migliorare il senso di autoefficacia personale negli adolescenti e nei giovani adulti.

Nella pratica sportiva agonistica, un buon livello di autoefficacia è un fattore decisivo nella gestione della preparazione atletica e della competizione poiché è associato a:

  1. Una valutazione più realistica del proprio livello di preparazione;
  2. Una gestione migliore dell'ansia da competizione;
  3. Una maggiore protezione rispetto a sentimenti di inadeguatezza ed inferiorità in caso di sconfitta.

Il livello di autoefficacia di un atleta dipende da disposizioni di personalità ma anche dal feed-back dell'allenatore e dell'entourage sportivo.

LA PREPARAZIONE PSICOLOGICA DELL'ATLETA

L'allenamento ideo-motorio é una tecnica comportamentale che permette lo sviluppo di una data abilità motoria esclusivamente mediante la ripetuta rappresentazione mentale del gesto o dell'azione cinetica, e cioè in assenza di ogni ricorso a specifici movimenti corporei.

Può essere eseguito in una stanza silenziosa, in penombra.

La riproduzione mentale dell'azione motoria è attivata utilizzando:

  • il ricordo dell'azione così come l'atleta l'ha vista compiere da altri;
  • sequenze fotografiche o proiezioni dell'azione per alcuni minuti prima dall'addestramento ideomotorio;
  • richiamo mnemonico delle istruzioni verbali del tecnico;
  • descrizione verbale del movimento

Negli sport da combattimento non conta solo la preparazione atletica o tattica. Anche quella psicologica svolge un ruolo fondamentale. 

Vedremo la base teorica e pratica su come iniziare a condizionare la mente per gli sport da combattimento.

            Aspetti di neurofisiologia

Il sistema nervoso si divide in sistema nervoso centrale (SNC), costituito da encefalo e midollo spinale, e sistema nervoso periferico (SNP), fibre nervose deputate al trasporto di informazioni tra il SNC e le alte parti del corpo. Il SNP a sua volta viene suddiviso in afferente (tutto ciò che porta informazioni al SNC) ed efferente, vie con le quali il SNC impartisce gli ordini. La divisione efferente, in ultima, diventa Sistema nervoso somatico(che attraverso i motoneuroni controllano i muscoli scheletrici, quindi volontari) e Sistema nervoso autonomo (SNA), che controlla la muscolatura liscia viscerale, cardiaca e ghiandole.

Soffermiamoci, quindi, su ciò che non è direttamente controllabile in modo cosciente, se non in parte, andando ad analizzare alcune risposte fisiologiche. Il SNA comprende il sistema nervoso simpatico e il sistema nervoso parasimpatico essi operano in modo antagonista uno all'altro. Il primo predispone la nostra mente ed il nostro corpo a reagire ad un pericolo percepito, a grandi linee "risveglia" il sistema e lo prepara all'azione, aumenta la secrezione di epinefrina e norepinefrina, inibisce la digestione, dilata i bronchi, i vasi cardiaci e fa contrarre la muscolatura, in poche parole: prepara a combattere. Il parasimpatico, invece, riporta l'organismo vero il rilassamento.

Comprendere i modelli di risposta del SNA è importante per poter intervenire attivando o disattivando uno o più componenti del processo promuovendo cosi un cambiamento-adattamento. Dove nascono queste risposte? Le risposte che compongono questi processi sono schemi innati di comportamento elementare, schemi emotivi primitivi coordinati e disponibili ad essere attivati automaticamente in un contesto di pericolo. Vediamo quelli che possono interessarci.

Arousal (eccitazione)

Ogni schema comportamentale per essere prodotto necessita di una attivazione, questa permette di preparare tutto il corpo alla risposta, si avrà quindi un aumento del tono a livello generale, un adattamento alla situazione imminente.

Fight or Flight (lotta o fuga)

Questa risposta "attiva" comporta numerosi cambiamenti fisiologici come:

  • Visione a tunnel
  • Esclusione uditiva
  • Secchezza delle fauci
  • Contrazione, tensione muscolare (tremori)
  • Senso di oppressione toracica
  • Sudorazione
  • Nausea
  • Difficoltà di deglutizione/fonazione
  • Aumento della frequenza cardiaca e respiratoria
  • Evacuazione delle feci

Questi cambiamenti non richiedono un controllo cosciente, preparano all'esecuzione di uno dei due comportamenti. A seguito di meccanismi corticali superiori, che connettono il sistema limbico e l'ipotalamoall'ambiente, si eviterà o affronterà l'avversario. I livelli corticali superiori sono anche in grado di rinforzare, modificare o sopprimere queste risposte in favore di una reazione pianificata, strategica e basata sulla comprensione della situazione. Le aree associative parietale e limbica assolvono funzioni importanti per il controllo cosciente, lavorando parallelamente; la prima, più lenta, consente di sopprimere, grazie anche alle esperienze passate, la risposta assai più veloce, rapida ed istintiva della seconda.

Freeze (congelamento)

Il freeze è uno stato transitorio che si verifica proprio all'inizio dell'esperienza della minaccia e che coinvolge l'attenzione intensificata, una maggiore vigilanza per segnali di minaccia e una attivazione del corpo pronto per l'azione. Tipicamente un fenomeno di breve durata (spesso dura pochi secondi) è accessibile per l'elaborazione cosciente e la rappresentazione soggettiva.

Detto questo tutti noi tendiamo a rinforzare i comportamenti che risultano gratificanti ed a sopprimere quelli che ci risultano spiacevoli, meccanismo regolato dai centri della ricompensa/punizione del sistema limbico. Il comportamento quindi è influenzato dall'esperienza, apprendimento, ABITUDIDE.

Per avere una panoramica di più ampio respiro bisognerà tenere in considerazione sia il funzionamento della memoria, in questo caso di tipo procedurale, che dei riflessi, in questo caso condizionati.

La memoria procedurale c.d. memoria del "come", è la memoria deputata all'abilità motoria, regolata dal cervelletto e regioni corticali pertinenti. Essa si fissa diventando traccia di memoria, quindi dopo il cambiamento nervoso responsabile dell'immagazzinamento, a seguito di un allenamento ripetuto, come il memorizzare una specifica sequenza di boxe. A differenza di altri tipi di memorie la procedurale non necessità di essere richiamata tramite sforzo cosciente detta in parole semplici: NON PENSARE COLPISCI.

Il riflesso, invece, è una risposta innata che si attiva automaticamente come portare le braccia a difesa della testa in caso di pericolo (riflesso semplice), ma, a noi, interessa quello condizionato, risultato di pratica e apprendimento come colpire il colpitore in modo automatico appena lo si vede alzare, ma questo avviene solo dopo un considerevole allenamento cosciente.

Considerato questo si può dedurre che la conformazione celebrale gode di una certa plasticità che grazie ad opportuni accorgimenti vi è la possibilità di sfruttarla a nostro vantaggio.

Fino adesso si è preso in considerazione l'aspetto fisiologico ma a complicare tutto ci si mette la psiche, intesa come il complesso delle funzioni e dei processi che danno all'individuo esperienza di sé e del mondo e, quindi, ne determinano il comportamento.

Quanto le emozioni influenzano il corpo e quanto il corpo influenza le emozioni? A questa domanda ci viene in aiuto la PNEI (psico-neuro-endocrino-immunologia). Questa nuova visione della struttura dell'organismo mette in rilievo la diretta e continua interazione tra sistema nervoso autonomo, neuroendocrino e sistema immunitario. Per la PNEI eventi, traumi, reazioni emotive percepite come stressanti influiscono innescando continui cambiamenti nei sistemi sopra elencati. Quindi pensieri negativi, esperienze negative, strategie di coping inefficaci possono minare il delicato equilibrio interno con conseguenze disastrose per il combattente. MINDSET

Come migliorare la performance

Ora come fare per poter migliorare performance? Chi è colui che combatte e non può permettersi il minimo errore? Giusto il soldato.
Vediamo come l'addestramento militare può tornarci utile. Ci sono due motivi fondamentalmente del perché si spendano così tante forze (energie, tempo, denaro) per preparare un soldato di una unità di èlite. La prima è la gestione della paura: fare la cosa giusta al momento giusto. La seconda è ridurre il più possibile il PTSD (Posttraumatic Stress Disorder).

La paura è una emozione innata, essa ci difende, attiva la possibilità di entrare nella condizione di attacco/fuga ma se il livello supera una certa soglia come nelle situazioni di panico o di fobia essa anziché stimolare l'attività simpatica andrà a sollecitare il sistema parasimpatico attivando l'incapacità di reazione fino in casi estremi procurando svenimenti. Possiamo suddividerla in paura innata e paura appresa, determinata da stimoli di esperienze dirette e che si sono dimostrate pericolose per il soggetto. Ora capite bene che una giusta dose di paura per l'operatore può essere in un certo senso sana, al contrario se diventa troppa è deleteria.

Il PTSD, invece, è una nevrosi che si presenta dopo che il soggetto è stato esposto ad un evento traumatico grave come una aggressione fisica reale o minacciata. Si caratterizza per un aumentato di flashback dell'evento, pensieri intrusivi che portano ad una aumentata reattività fisiologica, come se la minaccia fosse sempre presente.

L'adozione di tecniche comportamentali, volte alla eliminazione dei sintomi scatenanti della manifestazione, o di tecniche cognitive, che eliminano le cause delle paure, hanno dato la possibilità di ottenere buoni risultati aumentando le performance degli operatori.

Elencherò alcune delle tecniche che possono trovare impiego negli sport da combattimento durante la periodizzazione dell'allenamento con la possibilità di affiancarle ai vari periodi aspecifici/specifici pre match. Tecniche di visualizzazione, mindfulness, respirazione(tattica), stress inoculation training sono solo alcune ma costituiscono una buona base di partenza. Vediamole nel dettaglio.

Visualizzazione

Questa tecnica consiste nel visualizzare nella propria mente situazioni che accadranno nell'immediato futuro, il più spesso possibile, analizzando l'immagine nei minimi particolari non soffermandosi solo sugli aspetti generali ma curando attentamente i dettagli che portano all'esecuzione dell'intero processo tenendo in considerazione anche i possibili imprevisti. Quindi:

  • Obiettivo ben definito
  • Pianificazione del processo
  • Essere protagonista e non spettatore (immaginare in prima persona non solo i gesti ma anchele emozioni)

Mindfulness (consapevolezza)

Questa tecnica di meditazione tratta la capacità di portare l'attenzione al presente in modo intenzionale e acritico "ascoltando" le proprie emozioni, pensieri, sensazioni fisiche. Essere sempre presenti a se stessi disinserendo il pilota automatico. Uno degli esercizi fondamentali è basato sul controllo e ascolto della respirazione. Hic et nunc.

Respirazione (tattica)

Questo tipo di respirazione consente la possibilità di abbassare il rate cardiaco quando si è sotto stress. Illustrerò un ciclo completo da ripetere da 5 a 10 volte.

  • Inspirare con il naso profondamente in 4 secondi
  • Trattenere il respiro per 4 secondi
  • Espirare con la bocca fino a svuotare il più possibile i polmoni in 4 secondi
  • Apnea per 4 secondi

Ecco un possibile uso intenzionalmente diverso della Elevation Training Mask (simulazione iperventilazione e gestione)

Stress inoculation training (SIT)

Questa tecnica consente di ottimizzare le prestazioni in condizione di stress andando a formare delle competenze comportamentali e cognitive specifiche. Le competenze possono includere la capacità di adattamento, la tolleranza allo stress, perseveranza/persistenza, concentrazione mediante esposizione a stress sia fisico che psicologico. Questo tipo di programmazione è analoga alla "inoculazione medica contro le malattie biologiche" in quanto gli individui sono esposti solo allo stress sufficiente ad attivare il sistema immunitario (vaccino).

L'esposizione, quindi, non deve essere tanto grande da travolgere la persona ma deve essere appropriata per consentire di sviluppare un adeguato livello di fiducia necessario per gestire lo stress futuro andando ad aumentare il carico in modo graduale.

Tipicamente il SIT si suddivide in 3 fasi:

1. Concettualizzazione
L'obiettivi di questa fase sono di aumentare la consapevolezza dei probabili fattori di stress, risposte psicologiche/fisiche e le gli effetti sulle prestazioni.

Si possono discutere una specifica situazione fallimentare, casi reali, oppure far svolgere degli esercizi ben interiorizzati sotto diversi livelli di stress (es. prima senza stress poi con diversi fattori di disturbo). Questa disponibilità di informazioni riduce la novità dei compiti stressanti e aumenta la probabilità di una aspettativa positiva quindi un senso di maggior prevedibilità e conseguente riduzione di arousal.

2. Acquisizione delle competenze

Compito di questa fase del processo è quella di sviluppare le capacità cognitive e comportamentali che migliorano o mantengono le performance sotto stress. Certe le abbiamo già viste, un'altra può essere l'overlearning, strategia che mira a mantenere elevate le prestazioni mediante la ripetizione di un determinato compito punto per punto per solidificare le conoscenze, competenze, abilità per aumentare l'automaticità.

3. Applicazione

Dopo aver acquisito con successo le competenze necessarie per svolgere un determinato compito in situazione di stress la persona comincia ad allenarsi in condizioni che simulano da vicino l'ambiente "operativo", questo tipo di esposizione consente di praticare e rafforzare le competenze. L'efficacia è data da poter provare quanti più fattori di stress possibili.

In conclusione 3 concetti importanti

  • Abitudini "positive" (ciò che farai/sarai in allenamento, salterà fuori in combattimento)
  • Mindset "positivo"
  • Respirare

e...ripetere, ripetere, ripetere.